Crónica a memoria de Giuseppe Abba

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L'indomani, disperato d'ogni soccorso, co' suoi affamati, con Del Carretto morto, Provera chinò il capo e si arrese.

In quel giorno che fu il quattordicesimo d'aprile del 1796, che allegrezza nel Quartier generale piantato in Carcare, quasi a distanze uguali da Montenotte, da Dego e da Cosseria! Buonaparte entrando in casa al Sindaco, dove si era messo da padrone, non lo trovò a far le accoglienze. Quell'ometto, genovese fiero d'animo e nemico ai Francesi, s'era ridotto in cucina per non ossequiare l'ospite mal gradito. Quando si udì venir addosso quel trionfo di generali, andati a cercarlo sino in quel suo rifugio, egli nemmeno si volse. Allora Joubert, pesto e bendato nella faccia, gli menò una scudisciata rimbrottandolo del contegno irriverente. Ed egli, afferrato urlando un coltellaccio, si slanciò contro Buonaparte risoluto a scannarlo. Se non era rattenuto, che mutamento nel mondo sulla punta di quel coltello! Buonaparte non volle che fosse toccato. Forse, in quel momento bello della sua vita, la gioia lo disponeva a bontà. Forse il pensiero di tanti vinti, delle bandiere e dei cannoni conquistati, del Direttorio, del mondo che presto si sarebbe prostrato a lui, non gli permise di chinarsi a lasciar punire quell'ometto protervo. O pensò alla casetta di Ajaccio, alla madre, al padre suo che, ventotto anni avanti avrebbe fatto peggio al generale Marbeuf che vinse i Còrsi, se gli fosse entrato in casa a quel modo? Accennò agli ufficiali, e tutti lo seguirono di sopra ossequenti. Ma il sindachetto non mutò d'animo, sebbene, indovinato il grand'uomo, abbia tenuta poi sinché visse intatta la stanza dove questi dormì quella notte. Ora chi dal castello di Cosseria, guarda per cercare il mare attraverso la gola di Cadibona, scopre i profili grigi d'uno sterminato edificio, piantato a guardia di quel passo predestinato. E il forte d'Altare, bel nome ispiratore per quelli che dovessero morirvi contro chi si cimentasse nemico a passare. Quasi a piede del forte, nel borgo che gli dà il nome, vive operoso un popolo di vetrai, antico, ricco, gentile. Discendono da una primavera sacra di Fiamminghi venuti da secoli a mettersi in quella gola, quando v'erano quasi vergini le foreste; e ne serbano qualche cosa nella finezza del viso, nei suoni della parlata, nell'assiduità al lavoro. Che gioia per loro e per tutti, se scendendo dal forte il vecchio cannoniere tediato oggi, domani, per sempre, sbadiglierà la noia che si soffre lassù! L'operaio, grondante sudore, soffia dalla canna una bolla di cristallo incandescente, e in un batter d'occhio le dà forma leggiadra: - Duri, dirà, duri, o soldato, la vostra noia! Ecco un bicchier bell'e fatto, beviamo alla pace! - Montenotte e l'uomo fatale Una trentina d'anni fa, dal Consolato francese di Genova fu scritto al Comune di cui fa parte Montenotte, per sentire se vi esistesse sempre e in eguali condizioni, o se fosse stato distrutto e in qual tempo, il monumento decretato da Napoleone nel 1805. Era comparsa nei giornali di Francia una lettera di lui al generale Berthier, del 6 fiorile anno decimoterzo repubblicano, nella quale egli divisava il monumento da erigersi in qualche punto lassù, forse sul culmine di Monte Legino, dove con 1200 granatieri della 117a mezza brigata, chiamata poi sempre la brava, giurati alla morte, stette il colonnello Rampon, contro tutte le forze d'Argenteau, dall'alba alla sera, e determinò la gran vittoria del giorno appresso. Il generale Buonaparte aveva pensato già all'impero sin da Montenotte? Non parrebbe, perché allora non curò di fare scrivere ciò che creava, e soltanto da imperatore poi, mandò a rilevare quel terreno e a raccogliere memorie. In quanto al monumento decretato da lui non fu mai eretto: stanno soltanto i ripari di pietre formati dai granatieri di Rampon su Monte Legino e i montanari li rispettano ancora, li chiamano ancora il ridotto; nient'altro. Ma chi osasse dire che un monumento potrebbe erigerlo lassù, liberamente, l'Italia nuova, che cosa gli si griderebbe? Eppure sentivano vagamente che la speranza della nostra nazione era cominciata appunto dalla vittoria di Buonaparte lassù, i vecchi di mezzo secolo fa, che si ricordavano d'aver da giovinetti udito dire che quell'uomo, che quei francesi erano venuti in Italia a far lavorare duecentomila fannulloni: e prima di loro avevano sentito così i loro padri, che di quel detto avevano poi visto cominciare e seguire il commento in azione. Dunque nulla di antipatriottico in un monumento che soltanto dicesse: Qui - guerriero di genio italico - Buonaparte generale - aperse l'èra nova - in cui la Patria degli avi suoi - ritrovò alfine se stessa. A Montenotte, Buonaparte era già l'uomo fatale dall'anno avanti. Sfiorò le pagine di Alberto Sorel. «Il 12 vendemmiatore, ossia il 4 ottobre 1795, i capi del partito moderato nella Convenzione credevano d'aver ormai in pugno la vittoria sugli ultimi uomini del Terrore. Cominciò ad insorgere la sezione di Lepelletier. Il generale Menou, che comandava le forze dell'Assemblea, si lasciò sopraffare. Perciò le altre sezioni, imitando quella di Lepelletier, presero ardimento e deliberarono di marciare il giorno appresso contro la Convenzione, per opprimerla. La Convenzione disponeva solo di 5000 uomini sicuri, con 40 cannoni; di guardie nazionali delle sezioni se ne contavano 40.000. Allora la Convenzione diede il comando supremo delle proprie forze a Barras, per difendersi. «Questo ex-conte provenzale di quaranta anni, che da giovane era stato ufficiale di marina, poi aveva partecipato all'assalto della Bastiglia, poi era entrato alla Convenzione ed aveva votato per la morte del Re, dopo il supplizio dei Girondini, di Hebert, di Danton, si era trovato alfin a lottare petto a petto con Robespierre, e aveva vinto. Il 12 vendemmiatore egli era presidente della Convenzione. E quel giorno accettò risolutamente il comando delle forze di cui la Convenzione poteva disporre, sebbene egli sentisse di non avere le qualità necessarie a servirsene, in quel terribile frangente che doveva essere l'urto insurrezionale del giorno appresso. Ma durante la seduta aveva visto nelle tribune la figura di Buonaparte. Lo aveva già conosciuto all'assedio di Tolone; era stato qualche volta in conversazione con lui l'anno avanti, essendo commissario civile della Convenzione presso l'esercito d'Italia; e sapeva che cosa poteva essere nascosto in quel cervello, in quel petto. Così lo chiamò subito a sé, e gli offerse il comando effettivo delle forze che egli aveva accettato. Buonaparte pensò un poco; certo indovinò di trovarsi ad uno di quei momenti della storia in cui si risolvono situazioni supreme; forse anche sentì che quella per lui era l'ora di afferrare pei capelli la fortuna e di salvare la Francia e la rivoluzione. Nelle Memorie di Sant'Elena troviamo la relazione postuma del ragionamento fatto da lui in quel brevissimo istante in cui Barras gli chiese ed egli rispose il terribile: . Ecco: «Se la Convenzione soccombe, che sarà delle grandi verità della nostra rivoluzione? Le nostre vittorie, il nostro sangue non saranno più che delle azioni vergognose. Gli stranieri che vincemmo, verranno, trionferanno e ci copriranno di disprezzo. Una gente incapace (intendeva dei Borboni), un corteggio insolente e degenerato (intendeva degli emigrati) riapparirà trionfante, rimproverandoci i nostri delitti, facendone le proprie vendette, e governandoci come iloti, con la mano degli stranieri. Così la disfatta della Convenzione cingerebbe di gloria la fronte dello straniero, e sigillerebbe la vergogna e la servitù della patria». Diceva queste parole più di vent'anni dipoi, ma erano la rievocazione della visione lucidissima avuta da lui in quel gran momento del suo colloquio con Barras. Il fatto è che il giorno appresso, 13 vendemmiatore, egli con quei cinquemila uomini e quei quaranta cannoni spazzò dalle vie di Parigi le quarantamila guardie nazionali delle sezioni. La storia non tollera supposizioni, sarà vero: ma se la reazione dei repubblicani moderati avesse vinti e oppressi gli ultimi rappresentanti della Convenzione, quanti passi avrebbero avuto a fare i realisti e gli stranieri per ricondurre la Francia sotto il vecchio regime? «Buonaparte era ancora giacobino allora, ma dovette applaudirsi in se stesso di non aver voluto accettare, poco più d'un anno avanti, l'offerta di Robespierre il giovane che aveva voluto metterlo a fianco del proprio fratello onnipotente, nel posto di quel generale Henriot, di quel grottesco soldato che nelle giornate di Termidoro lasciò travolgere i fratelli Robespierre e tutto il loro gruppo nella rovina. Allora Buonaparte aveva detto al proprio fratello Giuseppe, che lo sollecitava di accettare l'offerta di Robespierre: «Non c'è posto onorevole per me, se non presso gli eserciti. Abbiamo pazienza! Più tardi comanderò Parigi». «E ora vi comandava davvero. Da quel 13 vendemmiatore cominciò la sua fortuna. Erano passati i tempi della povertà, delle angustiose peripezie, delle mezze cadute, da cui però si era sempre rialzato da sé, o s'era imbattuto in chi lo aveva rialzato; Doulcet, per esempio, direttore della sezione della guerra. Costui, cui era piaciuto «quel piccolo italiano», come egli diceva, «pallido, malaticcio, ma singolare per l'arditezza delle sue viste e l'energica fermezza del suo linguaggio», gli aveva dato tutta la sua confidenza; e negli uffici della guerra Buonaparte aveva composto quei mirabili piani di invasione della Valle del Po, ch'egli stesso eseguì poi con rapidità fulminea nel 1796-97. «La conquista d'Italia era già stata una idea capitale del Comitato di Robespierre, ma l'ispirazione pare fosse dovuta all'influenza del Buonaparte sul gruppo. Comunque sia, l'onore toccò a lui. Entrare in Italia, trovarvi mezzi da campare tra gli agricoltori, ricchezze tra la nobiltà da spogliare: ecco la tesi. «Vincere il nemico e farsi fare le spese da lui era un vincere due volte», aveva detto Baudot alla Convenzione nel 1794. Buonaparte lo sapeva, non aveva bisogno di impararlo da lui». Come dice bene queste cose il grande storico Sorel! Trascrivo. «Egli, Buonaparte, aveva venticinque anni. Nato còrso, s'era attaccato alla Francia per via della Rivoluzione. Portava nel sangue le passioni primitive che produssero questa Rivoluzione: all'odio e alla gelosia della nobiltà minore e povera contro l'aristocrazia congiungeva l'orgoglio ambizioso del popolo sovrano. Non era di quelli che avevano fatto la rivoluzione, ma di quegli altri a pro dei quali la rivoluzione era stata fatta. Egli la incarnerà in sé e dirà: “Io sono la Rivoluzione!”. Sente in sé le passioni popolari del francese: disprezzo per gli stranieri, odio contro l'Inghilterra, desiderio di conquista, amor della gloria. Farà suo proprio lo splendore della gloria. Farà suo proprio lo splendore della Repubblica, e con questo splendore penetrerà il popolo e l'esercito della Francia. Ma, penetrandolo, lo dominerà». Non lui, ma l'uomo che egli doveva essere, era stato preconizzato nel 1790, nei primi tempi della Rivoluzione, quando questa era ancora quasi benevola e mite. Rivarol, uno dei membri della Legislativa, aveva detto: «O il Re avrà un esercito o l'esercito avrà un Re: le rivoluzioni finiscono sempre nella spada. Silla, Cesare, Cromwell». E nel 1791 un segretario di Mirabeau s'era espresso con pensiero degno del suo padrone: «Siccome la dinastia non ispira che diffidenza, le si preferirà qualche soldato fortunato, o qualche dittatore creato dal caso». La gran Caterina di Russia scriveva: «Cesare verrà!». E nel 1794, indovinando vicino il tempo buono per chi avesse osato meritatamente, scriveva ancora: «Se la Francia esce da questa stretta, sarà più vigorosa che mai, diverrà ubbidiente come un agnello; ma le bisognerà un uomo superiore, abile, coraggioso, più alto de' suoi contemporanei, forse più alto del suo secolo stesso. È nato? Tutto dipende da questo». Diceva così la Zarina, spirito chiaroveggente, divinatore. Essa morì prima di potersi lodare da sé della propria profezia e di riconoscere che l'uomo era nato. Ma chi sa? Essendo morta nel novembe 1796, poté forse intuirlo già tutto nel vincitore di Montenotte. Il Buonaparte era della stoffa di Machiavelli. «Mi lascino entrare nel loro servizio, anche in piccolissimo ufficio», diceva questi dei Medici, quando s'era disposto a servirli per farli grandi e grande con essi la patria. «A salire penserò io». E il sangue dei Buonaparte veniva da Firenze. Dunque il 13 vendemmiatore ci mise il piede nella staffa, e non lo levò più finché, pigliatosi alla criniera, non fu in sella alla cavalla focosa che spronò poi per tutta Europa. Cominciò dall'Italia e parve fatale. Qui da noi si affermò la sua figura dominatrice. Dopo la battaglia di Lodi un poco, e dopo quella di Arcole addirittura, non diede neppur più retta agli ordini che gli venivano dal Direttorio. E qui da noi aveva trovato che il paese era nelle sue classi sociali medie, ben disposto al grande rivolgimento. C'erano pur qui i giacobini propagandisti, che avrebbero accettato una rivoluzione anche violenta; e c'erano più numerosi certamente, i preparati ad una repubblica felice, scevra dall'aver subìto l'iniziazione del sangue e del terrore. I patrioti italiani erano persuasi che l'Italia era chiamata a scuotere il giogo, a ricominciare la propria esistenza, a riprendere il proprio posto superiore. Infiammati da queste speranze, pubblicavano che per l'Italia era venuto il momento di porsi a pari con la Francia e con la Germania in potenza, come era già a pari con esse per la civiltà e per il sapere. E poiché la libertà non era possibile a conquistarsi se non in uno sconvolgimento generale, pensavano che bisognava affrettare la catastrofe, invece di allontanarne gli effetti. Buonaparte seppe sfruttar da par suo quelle passioni, ma per allora a tutto profitto della Francia. Egli amava l'Italia, ma con la prontezza d'intuito di cui era sommamente dotato, così che per l'Italia non si poteva allungar abbastanza la mano per afferrarne l'avvenire e farglielo divenir presente. Troppa era la matassa di filo che bisognava dipanare per ordirle e tesserle una vita nuova; e perciò egli ne fece una riserva d'uomini e di denaro a beneficio della Francia. Alla scuola della guerra si sarebbe disusata dal sopportare muta, e rifatta dallo sbocconcellamento in cui s'era invilita nei secoli, avrebbe acquistato coscienza di sé per l'avvenire. Che egli amasse l'Italia appare da un suo lavoro preziosissimo dettato a Sant'Elena e corretto da lui di suo pugno. Vi tratta della configurazione della penisola sotto il titolo: «Campagne d'Italia». E la descrizione che ne fa, è una plastica in cui tutto piglia forma, le pianure, i corsi di acqua, i sistemi di montagna; e la parola vi diventa cosa. Credo che nessuno abbia superato questa descrizione, fatta con amore che si rivela nelle pagine in cui sono tracciate le linee della difesa d'Italia, con una evidenza suggestiva, come se Napoleone vi avesse trattato non di una Italia quale egli l'aveva lasciata, ma di una Italia quale oggi l'abbiamo, unita a nazione. Egli n'ebbe il presentimento e ne scrisse così: «L'Italia pare chiamata a formare una grande e potente nazione, ma essa ha nella sua configurazione geografica un vizio capitale che si può considerare come la causa delle disgrazie che dové sopportare, e dello sbocconcellamento in parecchie monarchie o repubbliche indipendenti: la sua lunghezza non è proporzionata all'ampiezza. Se l'Italia avesse avuto per confine il monte Velino, presso a poco all'altezza di Roma, e se tutto il territorio situato fra il detto monte e il mar Ionio, compresa la Sicilia, fosse stato gettato fra la Sardegna, la Corsica, Genova e la Toscana, essa avrebbe un centro quasi egualmente vicino a tutti i punti della circonferenza; avrebbe unità di correnti, di costumi, di climi, d'interessi locali». Discorre poi minutamente degli inconvenienti determinati dalla configurazione, col sentimento d'uomo che non poteva valutare quanti poi ne avrebber levati via il vapore e il telegrafo; ma pieno di fede proclama tuttavia l'Italia nazione. «L'unità di costumi, di lingua, di letteratura deve, in un avvenire più o meno lontano, riunire finalmente tutti i suoi abitanti sotto un solo governo». Per esistere (avverte Napoleone), la prima condizione sarà ch'ella sia potenza marittima, onde mantenere la superiorità sulle sue isole e difendere le sue coste. E soggiunge che «nessun paese d'Europa è posto in situazione più favorevole per diventare potenza marittima». Calcola che ha un terzo di coste di più che non la Spagna, e la metà di più che non la Francia; dice che quanto a marinai ne può dare più di ognuna delle due dette nazioni, perché oltre alle sue genti delle coste, le terre della penisola, anche interne, sono così influite della vita del mare, che le città come Lucca, Pisa, Ravenna, Roma, si possono dire marinare anch'esse. E ne divisa i grandi porti. Quello della Spezia gli pare il migliore dell'universo: vede Taranto meravigliosamente collocato per dominare il levante; di Venezia dice che ha tutto, quasi compiacendosi dei lavori ch'egli vi aveva fatto fare, nel canale di Malamocco. Venezia! Ah! Venezia era rimasta anche per lui una puntura, pel modo con cui l'aveva trattata da generale conquistatore e trafficatore di popoli nel 1797. E ripensando a quel periodo della propria vita, e alle accuse caricategli addosso dagli italiani pel baratto di Venezia all'Austria, nel famoso trattato di Campoformio, si lagnava a Sant'Elena di non essere mai stato compreso dagli italiani. Essi, lo diceva conversando coi suoi generali, non seppero mai riflettere che Venezia, orgogliosa della sua storia gloriosa di undici secoli, mal si sarebbe acconciata a divenir città di provincia nella Cisalpina, sotto Milano capitale. Dandola all'Austria ei l'aveva mandata a patire la servitù straniera; dura scuola in cui avrebbe prestissimo appresa la rassegnazione, per tornar italiana, contenta anche di una condizione inferiore. Alla prima occasione l'avrebbe ripresa, come difatti la riprese nove anni dopo nel trattato di Presburgo. Argusta giustificazione, cui si può rispondere facilmente «senno di poi»: ma sarebbe grossolana offesa allo spirito del grandissimo uomo. Certo egli nel 1797 non era ancora ad Austerlitz ma in una testa come la sua, e sapendo egli su qual Francia poteva contare anche un calcolo come quello di cui disse poi a Sant'Elena, poteva essersi mosso, come dovette moversi poi difatto, nello spazio e nel tempo. E di un'altra cosa si lagnava, a proposito del rimprovero che gli era stato fatto di non aver unificato l'Italia. O non aveva egli dato al proprio figlio il titolo di Re di Roma? Se la sorte gli avesse dato di regnare in pace sicura con tutta l'Europa, almeno vent'anni, come natura gli avrebbe potuto concedere; giunto il Re di Roma a un'età giusta, lo avrebbe associato all'impero, e allora gli italiani avrebbero veduto che cosa sarebbe stato dell'Italia. Il leggere quelle cose di Sant'Elena, ora che Napoleone è ormai così lontano, mentre il secolo testé chiuso era ancor così pieno di lui, dà una gagliarda malinconia al cuore. Fu necessario alla Francia un uomo che fosse capace di vincere l'Europa, e di far penetrare nelle leggi, nei costumi, nelle coscienze, tutte le conquiste materiali e morali della Rivoluzione? Ebbene, l'uomo fu lui! Le cose conquistate si vennero poi modificando per opera del tempo e pel lavoro delle generazioni; e ora, come dice il Sorel, la democrazia del 1795, piena del concetto della grandezza dello stato e delle guerre di magnificenza, compì la sua trasformazione in una democrazia veramente repubblicana, pacifica, perché la pace è condizione d'esistenza per lei, che cerca la grandezza nel proprio progresso, e che è più curante del lavoro, della giustizia e della libertà, che non della supremazia e delle conquiste. Essa si è rimessa alla testa dell'Europa.

 

 



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